Per Marco Antonelli il Mondiale di Kimi non è cominciato in Messico, dove il figlio è diventato campione del mondo a 20 anni, ma a Melbourne. Nell'intervista concessa a Motorsport.com Italia il padre del pilota Mercedes indica nel Gran Premio d'Australia, la prima gara della stagione, la svolta iridata. Altri puntano su Monte Carlo o su Monza, lui non ha dubbi: dopo l'incidente nelle libere 3 non avrebbe mai pensato che Kimi riuscisse a tornare in macchina e a piazzarla subito in prima fila in qualifica.

Nessuno in F1 era mai diventato campione del mondo così giovane, e l'Italia aspettava un iridato da 73 anni, dall'epoca di Alberto Ascari e della Ferrari. Sul podio di Città del Messico, a sollevarlo in trionfo sono stati Lewis Hamilton e Max Verstappen. A raccontarlo è un padre che le corse le conosce bene: bolognese, 62 anni, ex pilota e oggi team principal della AKM Motorsport.

Quando si prende una botta come quella di Melbourne, ha spiegato, è inevitabile perdere un po' di fiducia, e magari tornano in mente i fantasmi dell'anno prima. Kimi invece è stato veramente bravo e gli ha dato l'ennesima dimostrazione di saper trasformare le cose grazie alla sua forza mentale. In qualifica, ha raccontato Marco, il figlio è andato con una monoposto finita all'ultimo momento e priva di assetto, senza sapere se fosse dritta o storta.

Quella gara la vinse George Russell, ma per il padre non conta: Kimi ha affrontato quel Gran Premio con la mentalità di chi vuole sistemare le cose dentro di sé, ed è lì che Marco ha visto il campione. Sapeva che la stagione avrebbe preso una piega diversa e che il figlio sarebbe stato protagonista. Non poteva immaginare fino a questo punto, ha ammesso, ma sapeva che sarebbe stato in lotta.

La testardaggine, secondo Marco, è di famiglia: non mollano di un millimetro finché non raggiungono l'obiettivo. Quello che Kimi ha in più rispetto a lui, e forse anche rispetto a mamma Veronica, è la lungimiranza nell'affrontare le situazioni. Non si fascia mai la testa prima di essersela rotta, non vede le cose in negativo e quando qualcosa non funziona cerca la soluzione, mentre il padre era decisamente più emotivo.

Il legame si vede soprattutto in griglia, nella mezz'ora prima del via, quando Kimi lo cerca tantissimo e a volte basta uno sguardo. Marco ha spiegato che il figlio lo vede un po' come il suo tutor: sa di trovare in lui un appoggio, perché da ex pilota capisce cosa prova. Quando Kimi ammette di sentire la tensione, il padre gli risponde che è un fatto positivo, perché sta mettendo in moto l'adrenalina.

Il titolo, per Marco, significa felicità: per Kimi, per lui come padre e per tutta la famiglia. Quando il figlio ha iniziato a correre temeva che potesse vivere una situazione simile alla sua, da pilota abbastanza veloce che però non si è mai trovato nel posto giusto al momento giusto, ma quei timori si sono rivelati sbagliati. Sbaglia però, ha detto, chi pensa che voglia rivedersi in lui: lui ha fatto il suo percorso, Kimi il suo.

Il padre è tornato anche sulle critiche dell'anno scorso, sostenendo che non si può attaccare un ragazzo in F1 da appena sei mesi e che Kimi è riuscito a risalire da situazioni che avrebbero potuto distruggerlo. Arrivare in cima, ha aggiunto, è costato una gran fatica, ma restarci lo è molto di più. Secondo Marco, Kimi ha ancora un buon margine di miglioramento e, sommato alla mentalità di non accontentarsi mai, questo gli darà gli stimoli per continuare a fare bene in F1 finché avrà a disposizione una macchina competitiva: sarebbe stupito di sbagliarsi.

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